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Paragrafo 2 . Il predominio spagnolo in Italia.
     
I   possessi  italiani  non  crearono  a  Filippo  secondo   eccessive
difficolt.  Il  paese,  seppur non pi fiorente  come  nel  Medioevo,
manteneva ancora un notevole vigore economico, e non era stato oggetto
di  una  consistente penetrazione da parte delle dottrine protestanti.
Pertanto la Controriforma si era affermata pienamente, e fra Spagna ed
Italia si riscontrava un'identit di vedute e di intenti religiosi. Il
ducato di Milano, retto da un governatore, ed i regni di Napoli  e  di
Sicilia,  amministrati  da  vicer,  nonostante  mantenessero   ancora
rappresentanze  locali  come  senato e  parlamenti,  in  realt  erano
completamente asserviti alla politica spagnola. I soli problemi furono
rappresentati  dalla  ripartizione dei carichi finanziari,  dal  ruolo
potenzialmente  eversivo  dei  baroni meridionali,  che  la  monarchia
iberica cerc di integrare nel proprio "ambito" con la concessione  di
privilegi e di autonomie, e dalla diffusione del banditismo.
     La  repubblica aristocratica di Genova, sebbene non  appartenesse
direttamente alla Spagna, era ormai da tempo una fedele alleata  degli
Asburgo, e costituiva con i suoi potenti banchieri una sorta di  spina
dorsale  finanziaria  del regno, traendo indubbi  vantaggi  economici,
grazie   ai  cospicui  prestiti  elargiti  alla  corona  nei   momenti
favorevoli,   ma   subendo  i  contraccolpi   delle   bancarotte   che
periodicamente colpivano le finanze spagnole.
     La  Toscana e il Piemonte, pur seguendo generalmente le direttive
politiche spagnole - i Medici si erano reinsediati a Firenze grazie  a
Carlo  quinto  (vedi  capitolo Sedici, paragrafo 3),  mentre  Emanuele
Filiberto, duca di Savoia, era stato un grande generale al servizio di
Filippo   secondo  -,  si  ritagliarono  certi  spazi  di   autonomia,
avvicinandosi talvolta alla Francia, mentre andavano riorganizzando  e
rinforzando le strutture del proprio stato.
     In  particolare Cosimo primo di Toscana (1537-1574) avvi nel suo
granducato un processo di centralizzazione, che lo port a controllare
e debellare i
     
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     particolarismi locali; inoltre incentiv l'economia,  realizzando
vaste  opere  di bonifica e potenziando l'attivit mineraria.  I  suoi
discendenti  si distinsero per la protezione accordata  alle  arti  ed
alle scienze, e per il rafforzamento del porto di Livorno, che divenne
nel  Seicento  un importante scalo mediterraneo per le  intraprendenti
flotte mercantili olandese ed inglese.
     Emanuele  Filiberto  di  Savoia (1559-1580),  protagonista  della
vittoria spagnola sulla Francia a San Quintino (vedi capitolo  Sedici,
paragrafo  6),  attu  nel  suo ducato una  poderosa  riorganizzazione
amministrativa e militare, e contemporaneamente ne spost l'asse dalla
Francia  verso l'Italia, trasferendo la capitale da Chambry a Torino.
Erano  queste le premesse del successivo, crescente ruolo del Piemonte
in ambito italiano. Anche se il ducato venne profondamente influenzato
dalla  cultura  della Controriforma, sia Emanuele  Filiberto  che  suo
figlio  Carlo  Emanuele  primo  (1580-1630),  si  sottrassero  ad   un
eccessivo  cedimento nei confronti dell'egemonia spagnola,  mantenendo
una lungimirante posizione di equidistanza tra Francia e Spagna.
     Invece  Venezia,  che  il  commercio  oceanico  portoghese  aveva
ridimensionato  soltanto  in  parte, e che  conservava  ancora,  nella
seconda  met  del  Cinquecento, una condizione  economica  abbastanza
prospera,  continu  a  praticare  la  sua  tradizionale  politica  di
indipendenza. La repubblica aveva dovuto parzialmente sottostare  alla
crescente  influenza della Controriforma, insinuatasi  anche  nel  suo
territorio, come contropartita dell'appoggio papale alla lotta  comune
contro  l'espansione  turca. Ma quando papa Paolo  quinto  (1605-1621)
aument  nel  1606  le  proprie  pretese,  vietando  ai  veneziani  di
processare due preti accusati di reati comuni, cercando in tal modo di
imporre  la  propria  giurisdizione ad uno stato sovrano,  il  governo
reag violentemente e cacci i gesuiti. Venezia fu sostenuta in questa
presa  di  posizione politica dal suo consigliere religioso, il  frate
servita  Paolo  Sarpi  (1552-1623), autore dell'Istoria  del  concilio
tridentino,   prima   opera  critica  nei   confronti   della   Chiesa
postconciliare.  La vertenza che ne segu fu infine ricomposta  grazie
ad  una  mediazione  internazionale, ma  il  riconfermato  rifiuto  di
Venezia  a  sottomettersi  al volere papale suscit  in  tutta  Europa
discussioni e dibattiti sul rapporto fra stato e Chiesa.
